Esg, sostenibilità tra miti e leggende

Analisi cruda e diretta di questo nuovo fenomeno, intervistando Alfonso Scarano, Ingegnere, analista finanziario indipendente e voce fuori dal coro.

Questo è il motivo per cui farò questa intervista, per dare voce a pensieri e idee non conformiste, nella convinzione di trovare valore ed una chiave di lettura diversa e "cum grano salis".

 

  • Come è nato e da dove è venuto questo fenomeno ?


Il fenomeno ESG  (Environmental, Social e Governance) è in fondo una nuova sigla in cui vanno a confluire altre sigle del passato ad esempio CSR (Corporate Social Responsability), e mira a rappresentare una  visione complessiva della sostenibilità dell'impresa, sia dal punto di vista del governo di impresa, dell'impatto sociale e ambientale. In maniera disorganica si erano  già visto frammenti  con i bilanci sociali, ambientali, di genere ed altri, che mano a mano si sono susseguiti, insieme alle loro mode. Oggi c'è una sorta di riunione complessiva e globale intorno all'acronimo ESG.

Un conto è un bilancio classico, confezionato  con una visione complessiva e formalizzata in un documento economico-finanziario, approvato dalle assemblee,  siglato dagli amministratori, revisori contabili e sindaci, e che racconta in termini finanziari cosa è trascorso nell'anno, quali sono stati i risultati economici, accompagnato dalla lettera dell'Amministratore Delegato,  dalle relazioni dei revisori contabili, insomma un bilancio che racconta come va l'azienda e i suoi risultati, positivi o negativi che siano.

Occorre considerare che l'impresa ha degli aspetti che non si riescono sempre ed esattamente a correlare ai risultati economici e finanziari, come  l'impatto sociale o ambientale ecc. Per questo sono state poi adottate varie tecniche e indicatori per razionalizzare il  sistema di relazioni dell' impresa e quantificare e soprattutto rendere coerenti e comparabili i risultati di una impresa rispetto a un'altra, considerando gli ambiti merceologici, settoriali, di Paese ecc.

La cultura Esg è arrivata maturando tecniche di rilevazione e quantificazione, con l'ambizione di arrivare a un punto di chiarimento complessivo che è ancora lungi dal venire!

Ogni consulente ha messo a punto i propri criteri, soggettivi, di qualificare e valutare le imprese dal punto di vista ESG.

Il mercato Esg è, dunque, diventato una sovrastruttura informativa--consulenziale in cui viene inquadrata l'impresa, in questo modo rimane comunque  latente il potenziale conflitto di interesse, perchè il consulente anche ESG viene pagato dall'azienda, come nel caso delle valutazioni di  merito creditizio.

Inciso sul mercato delle valutazioni di merito Creditizio

Quando l'impresa vuole collocare dei prodotti finanziari a debito, dei bond ad esempio, per norma richiede e riceve un rating di merito creditizio da parte delle agenzie di rating (una manciata di società al mondo), che a loro volta hanno messo a punto propri   criteri di valutazione e quantificazione del merito di credito, ovvero del rischio di quel prodotto finanziario  correlato al  rischio dell'impresa emittente.

Il mercato è a conoscenza del solo risultato della valutazione risultato attraverso le famose letterine BB, CC, AA, con i + e i -, in una scala esattamente allineata a un preciso valore di rischio che è la probabilità di default (PD) Quindi è, in percentuale, il rischio che quell'impresa, nel gruppo, di tutte le imprese presenti nella categoria di rischio (es BBB-), possa andare in default, in un orizzonte temporale definito.

Vengono continuamente revisionati questi valori delle classi di rischio nell'ambito complessivo e settoriale, insieme  alla valutazione di merito della singola impresa.

Tornando al tema, quindi abbiamo la nascita del settore ESG  come erede - nipotino di tutte le precedenti tecniche di valutazione di quello che l'impresa fa in relazione all'ambiente, la socialità, la sua governance e i suoi stakeholder.

Certamente ESG è un grande business per i consulenti e l'obiettivo è quello di far diventare tali metriche una sorta di green pass per gli investitori; quindi come il green pass delle metriche del merito creditizio, chiunque  va sulle piattaforme di informazione finanziaria, es. Blomberg e Reuters, e ricerca  bond di società private, ad esempio BB+,  e ottiene il portafoglio di imprese investibili in quella categoria.

Cosi si annuncia lo scenario del green pass ESG.

Ad oggi non si ha una metrica unica di riferimento per Esg, ma è abbastanza immaginabile che si arriverà a metriche imposte dalle multinazionali della consulenza, piuttosto che a metriche trasparenti, condivise e replicabili secondo il metodo scientifico.


  • Dove impatta ?

Impatta sul mondo del risparmio gestito, delle imprese, della consulenza, dei regolatori: sono questi 4 piani che si intersecano.

Per le consulenze è un grande affare, se il business delle asseverazioni di merito creditizio quota un paio di miliardi di dollari, le valutazione Esg potrebbero di gran lunga   superare questo valore.

D'altro canto le imprese saranno probabilmente costrette da normative sempre più stringenti a usare il   green pass Esg, sopportandone il costo, e per gli investitori sarà comunque un costo aggiuntivo che subiranno, perchè alla fine tutti i costi del sistema degli  investimenti vanno a gravare su chi investe.

Investiranno in imprese con rating ESG ed anche in quelle non ESG?, ora vi è ancora libertà di scelta, ma non è detto in futuro, anzi!

Vedremo, se ci saranno dei green pass ESG ostativi all'investimento nelle imprese.

La critica legittima è che questo sistema di annunciati green pass ESG è tecnicamente fallibile. Quale metrica infatti potrà mai chiarire in maniera quantitativa tutti i versanti Esg della sostenibilità di un'impresa ?

Tornando al mercato creditizio, se andiamo a vedere i più verificati metodi di valutazione di merito di credito, questi hanno fallito miseramente in tanti momenti storici e per innumerevoli imprese e prodotti finanziari, basti citare Parmalat, Enron e i prodotti subprime.

Se uno va a da analizzare i   metodi di valutazione del merito creditizio, sono spesso basati su  indicatori pesati. Ad esempio la valutazione di merito di credito sovrano che viene calcolata per esempio da Standard and Poor's, verte su 5 indicatori pesati in maniera eguale, come  l'indicatore   di politico, economico, esterni, fiscali, monetari.

Anche i rating ESG non si allontanano di molto dalla logica di indici pesati.

La questione è dunque: potranno mai i metodi di valutazione Esg raggiungere livelli di eccellenza di una valutazione ESG, soprattutto sapendo che chi da quella valutazione è comunque in potenziale  conflitto di interesse tra valutatore e  valutato?

E’ un dubbio legittimo, e vedremo in futuro.

 

  • Quale lo scenario? Il possibile e probabile, l’auspicabile ma improbabile.

Lo scenario possibile e probabile è che tale business trascinerà le agenzie di rating, e pochi altri soggetti a creare poli di valutazione ESG,  oligopolistici, e già si sta scatenando la compravendita di piccole società nazionali; esperienza storica già vista con le piccole società di analisi di merito di credito che le tre società di rating (S&P, Fitch e Moody's) hanno acquistato a peso d'oro una ventina di anni fa.

Quindi si appalesano le classiche dinamiche di accentramento dei database, di conoscenze ecc, che preludono ad una probabile standardizzazione oligopolistica del nuovo mercato ESG, dettandone costi,  metodi, criteri di offerta a prescindere dalla domanda che inevitabilmente  sarà costretta ad acquistarli sia dal lato aziende che dal lato del sistema del risparmio.

 

Lo scenario auspicabile, ma improbabile, è che il mercato rimanga aperto per tutti e dunque per gli innovatori, instaurando maggiore apertura anche normativa che responsabilizzi  le scelte e le responsabilità delle imprese e degli investitori.

In particolare si imponga un approccio di tipo scientifico, ovvero si valuti come si ritiene  e comunque sia prescritto di offrire alla pubblica lettura tutti gli  elementi - su modello scientifico . di ricostruzione del modello (algoritmo) utilizzato e dei dati stimati che lo alimentano.  Un confronto di merito di processi di dati e non di mero risultato.

Proprio per non   ricadere nell'inciampo dei problemi del sistema oligopolistico delle valutazioni di merito creditizio.

 

Utile al riguardo rivedere il bel film "la grande scommessa", ove si racconta in maniera filmica, ma molto reale, l'inciampo accaduto tra agenzia di rating e mutui subprime.

Sarebbe auspicabile che i regolatori non siano cosi troppo influenzati dalle lobbies della consulenza finanziaria e che lascino, invece, responsabilità ai gestori, agli amministratori ed alle loro scelte di investimento. .

A suo tempo avevo collaborato con la trasmissione report in un bel servizio sul lato oscuro del settore della moda (Pulp Fiction - di Emanuele Bellano), settore che in quel momento non aveva certo problemi di margini e lucrava moltissimo.  Eppure nella catena della supply chain,  molti blasonati marchi si servivano dei prodotti di aziende inquinanti all'inverosimile, addirittura schiavistiche nei confronti dei lavoratori; ma apparentemente con i certificati di qualità a posto e belle show room per gli ospiti in visita.


  • Agenda Onu del 2030, avrà un esito reale?

 

Speriamo che ci sia un qualche risultato concreto, in realtà avendo visto cose in finanza che gli umani non possono neanche immaginare , rimango un pò scettico. Speriamo che questo nuovo vestito ESG porti qualcosa di buono, soprattutto dato che è in corso di confezionamento,  e non accada che  tra qualche tempo, ci sia anche un bambino che dice, mamma il re è nudo.


Questa lunga intervista certamente porterà ognuno a fare le proprie riflessioni, certo che ascoltare anche altri punti di vista quanto meno apre la mente ai più disparati orizzonti.

 L'intervistato ing Alfonso Scarano  è ben disponibile a ricevere commenti e critiche: scaralfonso@gmail.com

 

Per concludere, certo ci sono anche altri aspetti da tenere presente, perché come detto ampiamente, oggi “essere green” è molto di moda.

Infatti alcune aziende pensano che basti far finta di dimostrare un attaccamento all’ambiente e al pianeta per guadagnare punti in reputazione e immagine aziendale. 

Questo è il fenomeno del greenwashing.  Tema che ho trattato nella video intervista, che puoi trovare qui :https://bit.ly/3BDpJ89

Ma perché le aziende dichiarano di essere eco-friendly quando in realtà non lo sono?

Semplice, si tratta a tutti gli effetti di una pratica ingannevole, usata come strategia di marketing da alcune aziende per dimostrare un finto impegno nei confronti dell’ambiente con l’obiettivo di catturare l’attenzione dei consumatori attenti alla sostenibilità, che oggi rappresentano una buona fetta di pubblico. Viene fatto sia attraverso campagne e messaggi pubblicitari, che persino con iniziative di responsabilità sociale.

L’obiettivo del greenwashing quindi è duplice: 

  1. valorizzare la reputazione ambientale dell’impresa 
  2. ottenere i benefici in termini di fatturato (aumenta il bacino di clientela). 

 

Per fortuna, questa pratica è sanzionata in Italia dallo Iap e dall’antitrust e ci si può quindi tutelare.

La Federal Trade Commission (FTC) americana è stata la prima a stilare, negli anni Dieci del Duemila, delle linee guida per l’utilizzo di environmental marketing claims che impongono alle aziende chiarezza e trasparenza, non solo nel definire entità e portata del proprio impegno ma anche, per esempio, nelle scelte stilistiche e linguistiche.

 

Per concludere, come tutte la mode hanno aspetti anche negativi, però la logica sottostante è meritevole di attenzione, basta solo essere consapevoli ed informati.

 

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